Quando essere una expat diventa un problema

Quando essere una expat diventa un problema, ma si puà risalire

Se fisso i mie ricordi sulla carta, è soprattutto perché non si perdano (in me) minuti d’oro, ore che risplendono come soli nel cielo tumultuoso e immenso che è la memoria. Cose che sono anche, con il resto, la mia vita

Ci sono frattempi, alle volte, che non sono necessariamente felici. Frattempi che capitano per costrizione, per dovere, per necessità e per paura. Un frattempo di questo tipo è stato Lisbona. Attenzione! Ho adorato questa città, da morire! La sua anima sognante mi ha riempito il cuore di gioia. Il suo motore veramente acceso mi ha fatto credere che qualcosa di bello, prima o poi, dovesse succedere. I suoi colori, ogni giorno diversi, mi hanno fatto sperare in un futuro roseo. Ma nonostante questo per me Lisbona era una fase di transizione. Un periodo di passaggio obbligatorio perché nel mio Paese tutto era (e lo è ancora) bloccato. Un “incidente” di percorso necessario, ma chiaramente non voluto. Ho mollato la mia terra natale, la mia famiglia, i miei amici e una pseudo relazione sul nascere nel giro di 10 giorni. Ho fatto le corse fisicamente, burocraticamente, mentalmente e lavorativamente. E, nonostante le difficoltà iniziali, per un periodo ho pensato di aver trovato “il mio luogo”. Eppure un giorno questa convinzione si è sgretolata completamente.. Insomma, essere una expat stava davvero diventando un problema per me.

Perché ero un’espatriata a Lisbona

Il non trovare un lavoro in Italia mi ha fatto sentire in dovere di espatriare per avere la possibilità di costruirmi un futuro più o meno decente. Ma la verità è che io, fin dal principio, non ero convinta di voler fare questo salto nel vuoto.

Infatti, ad inizio 2018, ho cominciato a scontrarmi con me stessa e con il mio vivere in una fase precaria e insoddisfacente da ogni punto di vista.

Insomma, un passo dopo l’altro sono riuscita a perdere veramente il controllo di me stessa, della mia vita, degli obiettivi, del mio benessere, dei rapporti con le persone. Ero arrivata a veder svanire il lume della ragione sulla mia esistenza.

quando essere una espatriata diventa un problema tristezza mode on
Allegria portami via

Quando e come essere una expat è diventato un problema

Ho cominciato a stressarmi. Le prime avvisaglie dello stress le ho avute con le bolle che mi erano venute in faccia, manco avessi avuto14 anni. Poi i capelli a cadere come fossero una cascata. Ho continuato digrignando i denti con conseguenti mal di testa, poi lo stomaco chiuso, i chili persi, il sorriso che andava a svanire e la confusione. Un disordine mentale che non ho saputo gestire e che mi ha fatto fare una milionata di stupidaggini di cui mi pento ancora oggi.

Se avessi dovuto rispondere alla domanda “come ti senti?”, la risposta sarebbe stata “in una stanza buia di due metri quadrati e senza via d’uscita. Con le pareti spalmate addosso e il soffitto che cala sopra alla mia testa millimetro dopo millimetro”.

Mi sono sentita così e mi ci sentivo da un bel po’. E là non c’era la mia amica con cui parlarne. Là non c’era l’amico “cazzone” che ti veniva a prendere e ti portava in giro a fare due risate. Lì non c’era la mamma che per coccolarti sarebbe salita su un treno per venirti a trovare.

A Lisbona c’ero sono solo io e persone che conoscevo appena e alle quali volevo risparmiare quei mostri che si prendevano gioco di me.

Perché sì! Io sono quel tipo di persona che quando non sta bene con se stessa dubita si qualsiasi cosa del proprio essere. Ma metto in discussione me stessa così tanto che rischio di perdere quasi completamente la capacità di ragionamento e vedo cose negative che addirittura manco esistono.

E via a sentirmi inadeguata, e via a peggiorare lo stress, e via a far esplodere senza controllo ogni mia vulnerabilità.

Come ho provato a rimediare quando ho cominciato a sentire che essere una expat era un problema

La mattina in cui ho scritto questo post mi ero svegliata senza motivo alle 5:00 perché avevo la tachicardia. Io avevo la tachicardia? Cioè, davvero io avevo la tachicardia? E la cosa assurda è che non mi sentivo nemmeno nella posizione di poterlo dire e lo sapete perché?! Perché nella vita ho fatto l’errore di studiare psicologia! E quando provo anche solo a bassa voce a dire come mi sento la risposta che mi viene data nel 99% dei casi è: “ma scusa, sei psicologa possibile che ti fai prendere da queste cose?!”.

Come se chi ha studiato psicologia non avesse una vita di alti e bassi. Come se chi ha studiato psicologia non incontrasse mai difficoltà. Come se chi ha studiato psicologia avesse una bacchetta magica miracolosa. Come se chi ha studiato psicologia non avesse il diritto di essere vulnerabile.

faccia perplessa
La faccia più bella che ho potuto fare in questi giorni

E allora lì a rimuginare su quanto la mai vita facesse schifo, su quanto non avessi nemmeno il coraggio di guardarmi allo specchio perché lo stress mi aveva imbruttita, su quanto tu avessi milioni di idee per la testa e la totale conoscenza di ciò che ti sarebbe piaciuto fare, ma quanto allo stesso tempo non avessi più minimamente risorse per provarci, anche solo da lontano.

Mi ero fatta mangiare viva da una macchina chiamata lavoro. Avevo dedicato tutte le tue energie a questo perdendo completamente me stessa e senza avere un minimo di gratificazione. Avevo lasciato vincere il senso del dovere per un lavoro che mi faceva pure cagare. Sì, avevo corso il rischio sbagliato e a quel punto mi sentivo totalmente terrorizzata all’idea di provarne a correre un altro.

Leggere migliora la vita

Poi destino ha voluto che Memorie di una Vagina pubblicasse quel giorno un post bellissimo che trovate qui. Timori che condividevo con lei. L’unico che non condividevo pienamente era quello dei chili di troppo. Ma solo perché io ne avevo troppi pochi in quel momento, e invece di vedere la pancia flaccida vedevo due gambe che mi mettevano paura.

I suoi demoni assalivano anche me, e proprio in quel periodo di primavera. Impulsi incontrollabili con cui nemmeno io riuscivo a fare pace, ma che sapevo perfettamente che dovevo buttare dietro alla schiena. Io leggevo Memorie di una Vagina e nel frattempo era come se mi guardassi allo specchio.

Ed è stato grazie a questa lettura che ho deciso di scrivere questo post. Un post decisamente diverso rispetto al mio solito. Un viaggio mentale. Un viaggio dentro di me. Un viaggio di cui, probabilmente, ad alcuni di voi non fregherà niente ma che a me stava facendo molto bene! Un viaggio a BRACCETTO CON LO STRESS che spero possa essere utile per chi si trova incastrato in una realtà che non gli piace.

Un post che mi auguro possa essere di stimolo per chi è in crisi con se stesso e con lo stress. Un post di cui non me ne fregava nulla della SEO. Un post per cui molti di voi avrebbero potuto pensare che fossi pazza, mentre io mi sentivo solo molto onesta con me stessa e con gli altri. E tutto questo grazie a Memorie di una Vagina.


La verità è che da qualche parte bisogna pure cominciare per risalire. E soprattutto è fondamentale sapere che se fino ad ora le modalità utilizzate per riprendersi non sono mai state “fruttuose”, è giunto il momento di cambiarle per avere dei risultati. E allora ecco che ho cominciato ad urlare al mondo e agli sconosciuti quanto fossi frustrata già da mesi! E allora TAAAAACCC che ho scrollato le spalle e accennato un sorriso. E poi TAAAAC che sono rientrata in quella che era la mia casa casa al tempo, con le idee più chiare sul mio futuro che, ahimè, non sarebbe stato di certo lì. E quindi sì, ho deciso di fare qualcosa di nuovo per sentirmi meglio!!!

quando essere una expat diventa un problema lisbona al tramonto
Lisbona vista dal tetto di casa

Fare qualcosa di nuovo quando cominci a capire che essere una expat è un problema

La finestra di casa mia a Lisbona affacciava sul tetto. Una vista meravigliosa e che toglieva il fiato. Ogni persona che passava da lì la scavalcava andare a vedere il panorama incantevole in maniera più chiara. Io non lo avevo ancora mia fatto. Forse perché non avevo mai vissuto felicemente il fatto di essermi trasferita lì. Oppure perché mi sembrava di “concedermi” ancor di più a una realtà che mi stava massacrando. O probabilmente perché avevo paura di innamorarmene e non trovare più il coraggio di andarmene.

Ma quel giorno è andata così: sono entrata in casa, ho aperto la porta della cucina, ho preso una birra in frigo, ho guardato fuori, mi è venuta voglia di scavalcare e, per la prima volta, lo ho fatto. Per la prima volta mi sono seduta sul tetto in compagnia della birra e di questa canzone – che non ho idea di cosa dica perché è in islandese.

Ho Pianto! Ho pianto come non facevo dal 1994 quando Baggio sbagliò il rigore al mondiale. Ho versato lacrime come fossi una bambina a cui avevano rubato la cioccolata. Ho pianto a fiotti di fronte allo spettacolo che mi stava offrendo Lisbona. Ho buttato giù lacrime quasi urlando fino al minuto 04:41 di questo pezzo. Momento in cui la canzone ha cambiato ritmo e lì ho cominciato, finalmente, a ridere.

Ho riso così tanto da sentire dolore agli addominali. Ho riso con le lacrime agli occhi guardando le immagini finali di questo splendido video e assorbendo tutta la voglia di libertà e di vivere che le sequenze regalano, mentre di fronte a me il sole tramontava e la città lentamente di spegneva.

Ho risentito in me l’entusiasmo di quei bambini che ignari di cosa siano le scelte e le responsabilità e che quindi sanno ancora godersi la vita. Ho rivisto e guardato in faccia la fanciulla che è in me e tutti i progetti che aveva. Ho rivisto quella ragazzina che le vulnerabilità non le temeva così tanto e che non aveva alcuna preoccupazione di correre rischi, anzi li bramava.

Avevo affrontato i miei demoni e a quel punto ero sicuramente più consapevole che le mie debolezze le dovevo far uscire in maniera” delicata”, senza che prendessero il totale controllo di me. Che il senso del dovere, quando fa stare male, è solo nocivo. Che il fatto che io stessi passando un periodaccio non mi rendeva un mostro agli occhi degli altri. Che qualcosa di buono in me c’era. Che lo stress è una brutta bestia per davvero, e che alle volte è anche contagioso, ma nonostante questo  si può imparare a controllarlo ed anche eliminarlo.

E con questo non volevo dire che da lì a poco sarei andata a dormire e, il giorno dopo, mi sarei svegliata con tutte le questioni brillantemente risolte!No, avevo ancora un sacco di cose da sistemare, situazioni da risolvere e relazioni da recuperare. Avevo una vita da ricominciare, una vita che mi avrebbe portata lontano da lì. Una vita da iniziare a pianificare almeno un po’. Avevo ancora tutti gli strascichi di quel periodo da ripulire. Ma era un inizio! Finalmente ero di nuovo ad un inizio, ed in fondo era quello che contava di più al momento.

Alla prossima e grazie Memorie di una Vagina 😘

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17 commenti

  1. Sere ti adoro, che parole profonde ho letto, dall’analisi però lasciati dire che si vede che sei psicologa 😉 Ora ammiro ancor di più il tuo coraggio nel partire, e nel rimanere ancora a Lisbona nonostante tutto quello che ti ribolliva in testa! Ora stappo una birra alla tua ritrovata strada per la serenità! Un abbraccio!

    1. Grazie Anna 🙂 dolcissima come al solito. Un abbraccio a te :*

  2. Che bella riflessione, così coinvolgente, così sincera e precisa che è impossibile non rivedersi almeno in qualche dettaglio. Ti ringrazio, perché ti sei aperta e hai dato a me e ai lettori del tuo blog un tassello in più. Ti sei fatta conoscere per quello che sei, quello che siamo tutti: degli esseri umani che a tentativi più o meno riusciti cercano la loro strada nel mondo. Continua a piangere e a ridere pochi secondi dopo, ma non lasciare che le emozioni ti lascino indifferente: quella sarebbe la vera sconfitta! Un abbraccio e un “in bocca al lupo”!

    1. Ciao Raf e grazie! Mi hai fatto fare un mega sorriso commosso e ne avevo proprio bisogno 🙂

  3. Un punto di vista che aiuta a capire chi torna a casa dopo esperienze lavorative anche interessantissime. Grazie.

    1. Ciao alice e grazie. a casa torneró a breve, ma non sapendo mettere radici probabilmente ripartiró 🙂

  4. Ciao Sere, so bene che provi visto che sono un expat anch’io.. e’ piu che normale che anche una psicologa si senta male.. sono alieni gli psicologi?mi sembra di no..Cosa ti impedisce a tornare?il lavoro?se senti cosi forte l’esigenza di tornare fallo..i lavori si trovano, pochi ma ci sono..lo stress cerca di fartelo amico.. sai meglio di me che sta cercando di aiutarti.. fattelo amico… ascoltati… fai una meditazione con quel panorama fantastico.. respira e fai una visualizzazione di te in Italia, con tutte le emozioni, vivi l’esperienza.. e vedi che viene fuori..sicuramente la tua anima ti aiutera.. un bacione cara

    1. Ciao Felicita e grazie per le tue parole che in questo momento fanno bene a cuore ed anima 🙂 La verità é che non so nemmeno io dove voglio stare. Purtroppo quando capitano queste fasi confusionali prendere decisioni diventa davvero difficile! Ma farò come mi hai suggerito sperando che, come dici te, la mia anima mi aiuterà 🙂

  5. Ciao Serena, bellissimo post. Capisco perfettamente cosa vuol dire sentirsi in trappola, dover rimanere in un posto che non sentiamo nostro. A me è capitata la stessa cosa appena tornata dall’Australia: dopo un anno all’estero la mia vecchia vita iniziava a starmi stretta, molto stretta, ho iniziato ad avere come te vari disturbi come il digrignare i denti di notte (e anche di giorno), ansia, ecc… Io credo che nessuno debba mai permettere a se stesso di stare cosi male e imporsi di andare avanti, specialmente in nome di un lavoro che non ami.

    1. Ciao Tania, sono assolutamente d’accordo con te! per questo ho deciso di rischiare tutto e cambiare completamente vita. Speriamo vada meglio! e grazie di essere passata 🙂

  6. Ci sono momenti nella vita che serve perdersi per poi ritrovarsi e rinascere più forti di prima. Sono un espatriata da quando sono nata, la mia vera casa è sempre stata la valigia ma ogni volta che andavo via dalla mia Sardegna (di cui sono originaria) il mio cuore restava li come in sospeso e in attesa di tornare. Questo perché il mio andar via non era mai una mia scelta ma una costrizione. Finché non è successa una cosa inaspettata e ho scelto con il cuore di partire per fare un’esperienza all’estero e non per scappare da una condizione negativa che stavo vivendo in Italia. Con mio stupore mi sono resa conto che, dopo 5anni in Danimarca, qui mi sento come a casa e l’assenza della mia terra anche se mi manca non mi fa più stare male. Ho trovato il mio equilibrio e il giusto compromesso, infatti viaggio spesso e torno in Italia almeno tre volte all’anno ma sto bene. Non so se questa condizione durerà in eterno ma meglio pensare al qui e ora. Vivi la tua vita in ogni suo attimo e non aver paura di sbagliare perché anche gli errori sono parte di noi e ci permettono di crescere e migliorare.

    1. Ciao e grazie di cuore! Sono pronta a correre tutti i rischi del caso e speriamo bene 🙂

  7. Per espatriare ci vuole tanto coraggio, può sembrare una frase banale ma non lo è affatto. Non tanto il coraggio di partire, ma rimanere all’estero, stare lontano da amici d’infanzia e dalla famiglia, lontano dalla proprie origini e a volte, come probabilmente starà capitando anche a te, vedere il proprio paese affondare in acqua buie senza via d’uscita. Io vivo da più di 4 anni all’estero e ho dei momenti davvero neri, dove vorrei tornare a casa a Roma e basta, mentre altri davvero sereni e distesi, dove penso che Budapest possa essere davvero il posto dove rimanere e in un certo senso mettere radici. Insomma, non è facile 😀

    1. Ciao Giulia, come hai ragione che non sia facile! Per espatriare e restare ci vuole molto coraggio, ma deve anche valere la pena! Nel mio caso purtroppo non é stato cosí! Inoltre, io ho anche un altro problema: non so mettere radici 😀

  8. Arrivo in ritardo di due anni nel leggere questo post ma capisco perfettamente cosa hai potuto provare. A giugno saranno sei anni da expat. I primi tempi non sono stati facili, anzi, forse i primi sei/otto mesi sono stati i più bui e depressi di tutto questo percorso. Ma sono anche stati quelli che mi hanno cambiata, fatta crescere e maturare. Ci vuole coraggio a prendere il proprio bagaglio personale e provare a mettere radici in un altro posto dove tutto è diverso. La lingua, il modo di pensare, il clima, il cibo, la burocrazia.
    Ci vuole anche tantissimo coraggio a capire quando non va e tornare. Ripartire da capo, con più consapevolezza di prima. Un grande abbraccio e spero che nel frattempo tu abbia trovato la tua strada.

    1. Ciao Veronica, nonostante il “ritardo” di 2 anni è stato un colpo al cuore leggere le tue parole. Ti ringrazio davvero e sulla mia strada ci sto ancora lavorando 🤣un abbraccio

  9. Grazie… grazie perché ti sei messa a nudo, hai aperto il tuo cuore per stare meglio tu e far stare meglio anche chi ti legge. Forse non è un caso che sia capitata proprio si questo articolo, fra i tuoi tanti. Sto ricominciando anche io e, come dici tu, un nuovo inizio dà energia ed entusiasmo. Dopo tanto stress e delusione al lavoro, ho deciso di pensare un po’ più a me stessa e alla mia famiglia. Sto frequentando un corso di studi per essere aggiornata nel mio settore lavorativo, ho iniziato a scrivere… un nuovo inizio è quello che ci voleva!

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